“Per leggere Ponza serve guardare in basso: ogni gradino, ogni cisterna, ogni terrazzamento è una pagina.”
L'arcipelago pontino è abitato da almeno l'età del bronzo, ma la prima firma riconoscibile è quella di Roma. Tra il I secolo a.C. e il II d.C. l'isola diventa luogo di villeggiatura imperiale e, soprattutto, una macchina idraulica: cisterne scavate nel tufo, gallerie, peschiere. Le Grotte di Pilato, le cisterne della Dragonara e il tunnel romano che porta a Chiaia di Luna raccontano un'isola che era già infrastruttura.
Con la caduta dell'Impero comincia un millennio di abbandoni e ritorni. Tra IX e XVI secolo le incursioni saracene rendono la vita stabile impossibile: i pochi pastori e pescatori vivono in grotta, sempre pronti a salire sui rilievi al primo avvistamento. È il motivo per cui il borgo storico nasce in alto, sopra il porto, e non sulla riva.
Il 22 marzo 1734 segna la rinascita: il re Carlo III di Borbone manda 50 famiglie ischitane a ripopolare l'isola. Nasce l'urbanistica che vediamo oggi — il Corso Pisacane, la chiesa della Santissima Trinità, il porto borbonico — opera dell'architetto Antonio Winspeare. Ponza diventa avamposto agricolo e marinaro del Regno di Napoli.
Nel Novecento l'isola entra in una stagione meno turistica e più dura: dal 1928 al 1943 Ponza è colonia di confino politico. Vi furono mandati antifascisti di ogni provenienza — Sandro Pertini, Pietro Nenni, Giorgio Amendola — e nel 1943, per pochi mesi, Benito Mussolini stesso, dopo la caduta del regime. Le case del confino, le mura, le memorie di quegli anni si leggono ancora nei muri del centro.
Il dopoguerra è la grande diaspora: famiglie intere emigrano in Sud America, Stati Uniti, Australia. Molti dei cognomi ponzesi che si incontrano oggi a Buenos Aires o New York vengono da quegli anni. È un'isola che continua a partire e a tornare: tante case del centro sono ancora 'le case degli americani'.
Ultima revisione: 2026-05-02


